«Ubs ha individuato le tendenze globali e si è preparata ad affrontarle con un'oculata strategia espansiva». Era il 18 aprile 2007. Era la vigilia della grande crisi. Marcel Ospel, allora numero uno di Ubs, davanti agli azionisti si vantava dell'espansione internazionale della sua banca. Ma oggi quella strategia sta diventando un boomerang: Paesi che sembravano solidissimi o promettenti, ora fanno paura. E le banche un tempo più attive sui mercati esteri, ora potrebbero soffrire. È così che oggi proprio le banche più aggressive fuori-confine, cioè quelle svizzere e quelle olandesi, sono le più esposte sui cosiddetti «Pigs» (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna): le prime per 117 miliardi di dollari (pari al 26% del Pil), le seconde per 182 miliardi di dollari (pari al 25,2% del Pil). Per contro le banche italiane, molto focalizzate sulla clientela nazionale, hanno un'esposizione minima: pari ad appena il 3,56% del Pil. Insomma: i grandi utili realizzati fino al 2007 con l'espansione all'estero, oggi rischiano di diventare un boomerang. Domani, chissà: forse nuove perdite. «Il Sole-24 Ore», rielaborando i dati della Banca dei regolamenti internazionali, è in grado di ricostruire la mappa del rischio-Stato nelle banche. E non stiamo parlando di briciole: gli istituti europei sono esposti sui «Pigs» (escludendo le banche locali) per quasi 2mila miliardi di dollari.

Se il rischio si chiama Stato
Per la Svizzera, dopo la crisi finanziaria e i vari scudi fiscali, i «Pigs» potrebbero presto diventare una nuova trappola. Gli istituti di credito elvetici – non solo la Ubs di Ospel – hanno sempre puntato sui mercati internazionali per crescere: nel giugno del 2007 (all'alba della crisi finanziaria) la loro attività fuori-confine valeva infatti 2.663mila miliardi di dollari. Stiamo parlando di sei volte il Pil svizzero di quell'anno. Non è un caso, dunque, che sia proprio il sistema bancario elvetico a soffrire oggi per la tempesta sugli Stati: se si sommano ai «Pigs» anche tutti gli altri Paesi che hanno in vario modo fatto paura agli investitori (dall'Islanda ai Paesi dell'Est fino alla stessa Italia spesso inclusa nella sigla «Pigs») le banche svizzere sono esposte per 183 miliardi di dollari. Pari al 41% del Pil 2009 stimato dal Fondo monetario. Una montagna.

Altrettanto esposte, e altrettanto esterofile, le banche olandesi: se a settembre 2009 la loro presenza su tutti i mercati esteri era pari al 222% del Pil, nei «Pigs» avevano un'esposizione per 182 miliardi (25,2% del Pil). E se si sommano tutti i Paesi ritenuti più a rischio si arriva a 369 miliardi (il 49% del Pil). Numeri simili per gli istituti del Belgio. Più moderate – in termini relativi – ma comunque cospicue le cifre delle banche francesi, tedesche e inglesi: le loro esposizioni variano infatti tra il 14,8% e il 17,5% del Pil 2009. «I sistemi bancari che hanno creato istituzioni globali – osserva Silvio Peruzzo, economista di Rbs – sono oggi quelli più esposti sui Paesi in difficoltà». E l'Italia? È l'esatto opposto. Nei «Pigs» (intendendo la "i" come Irlanda) le banche italiane hanno un'esposizione quasi ridicola: pari al 3,56% del Pil. Poco più di 70 miliardi. Motivo: quello della Penisola è sempre stato un sistema bancario italo-centrico.
Ma non solo i «Pigs» creano allarme. Chi può dimenticare le paure suscitate fino a poco tempo fa dai Paesi dell'Est? In questo caso a tremare sono soprattutto le banche dell'Austria, esposte ad Est per 226 miliardi (62% del Pil). Niente a che vedere con l'8,5% del Pil – che già aveva fatto paura – che rappresenta l'esposizione delle banche italiane ad Est. Da questo punto di vista, dunque, è l'Austria il ventre molle d'Europa.

I nodi al pettine
Capire quanto la crisi degli Stati si possa trasferire sulle banche è difficile. Se da un lato è improbabile immaginare il default di un Paese europeo (sarebbe oggettivamente «too big to fail»), dall'altro gli Stati in crisi hanno economie in crisi: dunque anche l'attività bancaria in quei Paesi entra in crisi. La domanda è: i bilanci degli istituti europei tengono già conto dei problemi dei «Pigs» o di altri Paesi? Impossibile saperlo. Ma una cosa è certa: anche i nodi di questo ennesimo eccesso degli anni passati – cioè l'espansione internazionale senza freno – stanno venendo al pettine. Negli ultimi tre anni si è parlato della finanza creativa, dei veicoli fuori-bilancio, dei derivati. Ma forse anche la corsa all'oro dei mercati internazionali è stata, in certi casi, qualcosa di simile: un eccesso. O una bolla.

m.longo@ilsole24ore.com

L'esposizione delle banche nei confronti dei «Pigs»
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